F1 / Jochen Rindt, l’unico campione postumo – Storia

Intorno ogni 15.30 di un sabato monzese di cinquantadue anni fa, chi si trovava alla Parabolica fu testimone di un evento drammatico quanto tragico e ci si augura irripetibile. Chissa chi sarebbe diventato Jochen Rindt se quel pomeriggio avesse affrontato senza problemi la curva Parabolica di Monza e non fosse finito, a bordo della Lotus impazzita, controlla il guardrail. Non è consigliere da suo che seguito le orme del amico e, Bernie Ecclestone

Certo, perché Rindt, se possiedi un talento innato per la guida, scoprirai anche un ottimo manager di se stesso. Tanto da essere capace di organizzare una sorta di Motor Show con grandi ospiti internazionali, condurre un programma televisivo – Motorama – e trasformarsi addirittura intervistatore per la tv austriaca sui campi di gara. Una persona in grado di curare i propri affari e che insieme a il signor E magari costruire qualcosa di grande. Purtroppo, cosa potrebbe succedere senza quel tragico incidente non lo sapremo mai. Rindt ha lasciato un segno nel motorsport e non solo perché è stato l’unico pilota a conquistare un titolo ‘alla memoria’ nella lunga storia del Circus.

Jochen era a tipo specialare: Nato il 18 aprile 1942 a Mainz, in una Germania governata dalla cinica follia approva, ma austriaco d’adozione, non rinunciò mai alla propria nazionalità. Quando anni più tardi gli chiesero se si sentiva più austriaco o tedesco, lui rispose con grande serenità di sentirsi che altro un europeo. Un pensiero che lo poneva un passo avanti per quanto riguarda la sua idea del mondo. Un anticonformista, un duro, ma anche una persona in grado di comprendere che quello che stava facendo er folle, ma estremamente appassionante. Tanto folle da promettere a sua moglie, la bella Nina, che a fine 1970 si sarebbe ritirato per dedicarsi agli affari.

Secondo quanto scrisse però il suo biografo, Heinz Pruller, ufficiale pare che poi ci avesse ripensato progettando un’altra stagione nel Circus, sempre con la Lotus, prima di appendere il casco al chiodo. A 28 anni Rindt era sul tetto del mondo, con quell’immagine da ex ragazzo scavezzacollo che mai aveva nascosto. Vederlo correre, soprattutto all’inizio, era emozionante perché sembrava sempre che ad ogni curva finisse in tribuna abbastanza staccava in ritardo e ‘buttava’ letteralmente l’auto in derapata. A Monza, nel 1963, nella prima gara di Formula Junior alla quale partecipò sul circuito brianzolo, i commissari che ancora non lo conoscevano erano sempre all’erta con la bandiera gialla in mano per segnalare un’eventuale uscita di pista.

Ricco, ma non per questo non in grado di cavarsela da solo, perché fino a 21 anni non ebb modo di riscuotere l’eredità lasciatagli dal padre, morto insieme alla madre durante un bombardamento su Amburgo nel 1943. Jochen aveva solo un anno e venne dai nonni a Graz, una bella città immersa fra le verdi colline della Stiria dove la storia regna sovrana. Lì, frenato negli entusiasmi dal nonno, avvocato molto conosciuto e stimato, divenne un ribelle. Fonte naso schiacciato, da pugile, gli dava un’aria ancora più aristocratica mentre a cavallo di un motorino truccato andarono in giro a collezionare multe e rimproveri dalla polizia insieme al suo amico Helmut Marko. Un altro che seppe farsi la ‘scorza’ da duro negli anni.

Passione per tutto quello che veloce, compresi gli sci grazie ai quali ebbe modo di assaggiare il letto del chirurgo. Esperienza che poco prima dei diciotto anni gli lascò l’indelebile cicatrice di una gamba leggermente più corta di un’altra, ma che non gli impedì di governo per diversi mesi con il gesso e naturalmente senza patente. La sigaretta in bocca, la tuta bianca con i loghi della Lotus e del primo sponsor tabaccaio della storia della Formula 1 costituisce anche l’ultima immagine di Rindt vivo quel sabato di cinquantuno anni fa prima che il destino si compiesse beffardo.

Amici e colleghi se ne erano andati mentre lui correva verso le vittorie che nel 1970 lo portarono a toccare finalmente con mano il sogno di diventare il numero uno. Piers Courage, single di belle speranze, amico e vicino di casa di Jochen sul lago di Ginevra, morì bruciato all’interno della sua De Tomaso a Zandvoort. Negli stessi istantanei, Rindt si involava senza rivali verso il primo successo con la rivoluzionaria Lotus 72. L’auto che in un attimo gli troncò il respiro qualche mese dopo.

Nel frattempo, il mondo dei motori aveva perso anche un altro mito, Bruce McLaren, scomparso durante un collaudo a Goodwood al volante di una sua vettura Can-Am. Un mondo grezzo quello delle gare, che però faceva entrare nel mito coloro che ogni domenica si calavano nell’abitacolo o si sedevano in sella ad una motocicletta. I cavalieri del rischio li chiamavano, e anche Rindt era uno di loro. Nonostante questo, insieme ad un altro grande suo amico, forse quello a cui era più legato, Jackie Stewart, stava lottando per migliorare la sicurezza quando ancora si era lontanissimi dal definirla racconto all’interno degli autodromi. Eppure, lo stesso pilota che si batté per l’abolizione delle grandi ali dopo il tremendo incidente di cui fu vittima al Montjuïc nel 1969, quel giorno dovette pure rimandare l’appuntamento con la prima vittoria iridata, in macchina non si allacciava del tutto le cinture di sicurezza. Può sembrare un paradosso, ma la paura del fuoco (allora le fiamme erano una grandissima minaccia) lo portarono a semplificare l’imbracatura per essere più veloce ad uscire dall’auto in caso di incendio.

Non solo, ma per un pilota abituato a governare come tanti suoi colleghi ‘in libertà’ all’interno dell’abitacolo, nel 1968 trovarsi bloccato dalle cinture non fu semplice. Probabilmente il non aver allacciato i due punti inferiori che cingono le cose costò molto più di quanto immaginiamo a Jochen in quel tragico sabato delle qualifiche di Monza ’70. Scivolando avanti nell’abitacolo della Lotus aperta come una scatoletta di latta a causa di un impatto letale, le ferite furono molteplici. Dire se fosse sopravvissuto se legato correttamente è impossibile, perché la decelerazione fu altrettanto spaventosa al pari della struttura dell’auto che collassò di schianto.

Intorno agli ultimi minuti di Jochen ci fu sempre polemicaa, soprattutto da parte ‘inglese’. Sia Stewart che Ecclestone, accorso immediatamente sul luogo dell’incidente, invita che Rindt, se soccorso in maniera diversa, si potrebbe salvare. L’uso dell’elicottero, l’ospedale ‘sbagliato’ di cui ha parlato il signor E in varie interviste, sono alcuni degli elementi sotto accusa. Anche in questo caso è difficile rispondere perché le condizioni in cui venne soccorso il pilota presentarono immediatamente un quadro clinico devastante.

Meglio pensare invece che Rindt, il ‘Tigre’ o ‘Grindt’ come venne soprannominato dalla stampa e dai tifosi, ci abbia lasciato facendo ciò che più amava: governare al limite verso la vittoria. I suoi successi in Formula 1 sono appena sei perché la macchina giusta l’ebbe soltanto nelle sue due ultime stagioni. Quella Lotus con ci fu un rapporto di amore e odio per via della sua fragilità, ma forte di performance che le altre squadre per le quali aveva corso non gli seppero mai garantire. Fece delle pole anche con la Brabham, ma il team di Blackjack non era più quello dei due titoli consecutivi conquistati appena prima dell’arrivo di Jochen. Prima ancora la Cooper, dal 1965 al 1967, che dopo il passaggio dal 1500 Climax, ultimo propulsore di un’epoca al tramonto, si trovò nel ’66 a lottare con il pesante Maserati V12.

I secondi posti furono il massimo che seppe raggiungere in quel periodo, impartendo però lezioni di guida. Come a Spa sotto la pioggia, sempre nel 1966, prima di cedere la vittoria alla Ferrari di Surtees che partiva in pole davanti a lui quel giorno. Equilibrismi degni di un cavallo di razza fra le spaventose curve del tracciato delle Ardenne, allora ancora in configurazione da brividi, reso viscido come una lastra di ghiaccio dall’acqua. Tanto coraggio, da vendere, ma anche la capacità di saper rinunciare nel momento in cui il rischio non era giustificato. Come ad Indianapolis, dove partecipò più di una volta, ma senza mai avere fortuna. Tanto da definire una corsa buona solo per fare soldi.

del tutto, Rindt era un uomo come tanti, con le sue paure ei suoi timori, ma capace di slanci di eroismo che lo resero unico. L’episodio principe resta la vittoria in rimonta all’ultimo giro a Monaco ’70, dove indusse all’errore Jack Brabham a poche anno di metri dal traguardo entrando nella leggenda. A noi piace ricordarlo così, un appassionato nel vero senso della parola. Un ragazzo che da poco diventato padre, nel 1968 nacque la sua figlia unica Natasha, si emozionava di fronte a ‘giocattoli’ pericolosi come il ‘Green Monster’. Una macchina infernale, costruita per raggiungere i record di velocità, e che Jochen, chiuso nel suo cappotto di pelliccia, guardava incuriosito ed affascinato sulla pista dell’aeroporto di Aspern. Lo stesso cappotto di pelliccia che anche Niki Lauda, ​​​​suo erede in Austria, dò anni dopo il loro primo incontro quando si trovò davanti per la prima volta in carne ed ossa quello strano individuo che emana una carica unica.

Chissa puro se Lauda sarebbe diventato Lauda se Rindt fosse sopravvissuto a quel tremendo schianto. Un altro quesito al quale non è possibile rispondere, ma che non importa resti tale perché la storia ci ha consegnato due campioni. Uno che ha vissuto intensamente e più a lungo, mentre l’altro, pur essendo rimasto sulla terra lo spazio di un mattino, ha lasciato un ricordo indelebile nell’arco dei suoi pochi anni di attività nel mondo delle corse. Quasi sette stagioni ad alti livelli durante le quali è stato uno dei pochi a vincere dappertutto. In F1, in F2 e con le ruote coperte, compresa la 24 Ore di Le Mans nel 1965 a bordo di una Ferrari della NART Altri piloti, anche più blasonati, per raggiungere i suoi risultati hanno impiegato il doppio degli anni. Oppure non ci sono riusciti nemmeno dopo innumerevoli tentativi. E qualcosa, questo, vuole pur dire.

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