Uomini al limite: Gilles Villeneuve ucciso dalla politica – Storia

Imola, Mondiale, Ferrari: come non tornare con la mente al Gran Premio del 1982? Fonte 25 aprile, una domenica di sole, è inciso nella memoria collettiva per il duello fratricida fra Gilles Villeneuve e Didier Pironi, piloti al volante di una Ferrari che sembrava già laureata con l’iride per la fine di quell’anno. La monoposto era la 126C2, il motore quel 6 cilindri turbo finalmente sgrezzato rispetto all’anno precedente, quando la sua esplosione di cavalli e la sua brusca inguidabilità in uscita di curvano di par passo e necessitavano di un domatore, più che di un pilota , per non intraversarsi di continuo. Il domatore dell’81 era stato Gilles, capace di due miracoli a Montecarlo e in Spagna. Due trasparenti prodigi di guida tradotti in altrettante vittorie, sepolte poi dalla ancora scarsa affidabilità delle Rosse che nel resto di stagione dovettero soccombere a Williams e Brabham in lotta fino al fotofinish di Las Vegas, dove Piquet si laureò campione.
A inizio ’82, la Ferrari era matura per giocarselo, quel titolo. Facevano paura le Renault turbo, anche loro fortissime ma fragili fino a tutto l’anno precedente. I team inglesi, invece, erano in ritardo sulla strada del turbo; alcuni non l’avrebbero avuto prima del 1983, e questo a Maranello era vissuto come un aiuto del destino. Ma in questa equazione tecnica, nessuno poteva prevedere la svolta politica che marchiato il campionato. O almeno la sua parte iniziale.

Si inizia in Sudafrica, prima gara stagionale. Introduzione della superlicenza, piloti che la giudicano lesiva del loro peso professionale nella trattativa con i team, e clamoroso soprattutto sciopero con tanto di paddock lasciato a bordo di un pulmino, tipo scuola-bus, per ritirarsi in un residence, alla larga da stampa e fotografi ma soprattutto dalla FIA, la federazione capitanata da Jean-Marie Balestre che quella superlicenza ha imposto. Risultati: tarallucci e vino. Capito che senza piloti i GP non stanno in piedi, Balestre prima fa fuoco e fiamme, smitragliando minacce e stracciando simboli che superlicenze cartacee davanti agli obiettivi; poi capitola a più miti pretese, rassicura i piloti capitanati da Pironi e si riesce a gareggiare. Con vittoria di Prost su Renault.
Gara 2, Brasile. Il copione sembra ripetersi, con Prost in Pole. Ma al via è la Ferrari di Gilles che scatta al comando dal secondo posto in griglia. Lo tiene per 29 giri, quando – a gomme ormai sulle tele – deve cedere a un attack di Piquet che con una Brabham improvisvisamente inarginabile lo supera spedendolo in un fuori pista, seguito dal ritiro. Il GP è vinto da Piquet, che dopo l’arrivo sviene per il gran caldo. Dietro di Lui Rosberg su Williams. Quindi ciao. Ma dopo le verifiche scoppia il finito. Su molte monoposto viene trovato un serbatoio sospetto: i about dieci litri di acqua che contiene sono, secondo i team, per raffreddare i free; ma in realtà si tratta di una specie di zavorra, che a fine gara (rabboccato il serbatoio fino all’orlo) acconsente alle monoposto con motore aspirato da rispettare al peso minimo regolamentare. Renault e Ferrari presentano contro Williams e Brabham, ma non sono risultati risultati. Minacciano di ricorso alla giustizia sportiva brasiliana, e se necessario anche al tribunale FIA. La gara resta quindi sub-judice.

Gara 3, spiaggia lunga. Fra i marciapiedi della Rimini di Los Angeles il turbo ha le armi spuntate. La maggiore agile delle monoposto a motore aspirato sembra la carta giusta per il Gran Premio, che infatti festeggia la vittoria di Niki Lauda, ​​​​alla terza gara con la McLaren che ha scelto per il ritorno in gara dopo due stagioni di lontananza. Con le Renault nei guai Villeneuve si consola con il terzo posto, ma i tornano sotto i riflettori e squalificano la sua Ferrari che Mauro Forghieri, nella ricerca di maggiore carico aerodinamico, aveva equipaggiato di un editito doppio alettone posteriore. Doppio con i due profili non paralleli, invece previsto uno di seguito all’altro; leggermente sfalsati e strani a vedersi, ma senza dubbio efficace arrivando a quasi tutta la larghezza della Rossa.
A questo punto, tutto per Villeneuve sembra più farsi difficile di quanto previsto soltanto poche settimane prima. Gilles non può più aspettare: ha 32 anni, questa è la sua quinta stagione in Ferrari; nel ’79 è stato il fido scudero di Jody Scheckter poi campione a fine stagione pur essendo probabilmente più lento del compagno; nelle due stagioni successivamente si è sobbarcato un lavoro di sviluppo tecnico gravoso e infinito; quasi più sicuramente avverte che a Maranello in non lo amano come un tempo e storcono il naso davanti ai tanti errori (vedi Brasile), ai tanti eccessi di adrenalina in pista che l’hanno reso il pilota forse più amato di sempre dal grande pubblico , ma anche il più costoso in termini di theni economici per il team.

È in questo stato d’animo che Gilles arriva a Imola, gara 4 del campionato. E vi arriva su un tappeto volante: il 20 aprile il massimo grado di giustizia della FIA ha giudicato congrua la protesta di Renault e Ferrari in Brasile e ha cancellato con un tratto di penna il primo e secondo posto di Piquet e Rosberg in quella gara. Questa volta lo sciopero non è come in Sudafrica: si va fino in fondo. I team inglesi, quelli un tempo definiti ‘dei garagisti’ hanno deciso di disertare il GP imolese. Correranno solo i team cosiddetti ‘legalisti’, Ferrari e Renault in testa. I due team turbocompressi fanno infatti gara a sé, finché le due monoposto francesi si fermano per guai tecnici. E questa è la mossa di scacchi finale, quella che apparecchia per Gilles la scacchiera piena di trabocchetti di un Gran Premio che lui ritiene essere ormai suo, soltanto suo. Il resto è cronaca: lontana esattamente 40 anni, un’era geologica nel mondo delle Corse, eppure ancora oggi scolpita nella memoria collettiva. Due Renault ferme, Gilles è al commando e il suo compagno lo segue da vicino: c’è soltanto da controllare con cautela fino alla bandiera a scacchi, e il campionato può prendere la piega attesa da una vita. Ma Pironi improvvisa attacca e va in testa. Gilles pensa che sia tutto cinema e si riprende la prima posizione con una staccata mozzafiato che manda il popolo rosso in tripudio. È tranquillo, Villeneuve: dal muretto box è stato esposto il cartello ‘slow’, che lui interpreta come un ‘mantenere le posizioni’. Pironi la pensa diversamente e attacca nuovamente alla Tosa, rispetto al comando per non farsi più riprendere.
Il resto it vivido come fosse accaduto ieri. Villeneuve si sente rapinato: la sua amicizia con Pironi si tronca suona, non lo guarderà mai più negli occhi. Ma in cima al podio di Imola è l’altro a festeggiare e quelli di Gilles, di occhi, traboccano di un’ira piena di crepe. Pretende un chiarimento e una condanna da parte del team: questa non arriverà. Dopo giorni, Enzo Ferrari lo gelerà con un “In fin dei conti la Ferrari ha fatto doppietta, e questo è l’importante”. Il tecnico ferrarista Harvey Postlethwaite dirà di peggio: “Gilles voleva che la vittoria gli fosse porta su un piatto d’argento, ma anche l’altro fa il pilota…”.
Quindi Zolder. Pironi ha improvvisato prima di un Villeneuve quando manca poco al termine delle qualifiche, e anche questo sembra uno sgarbo visto che in precedenza non è avvenuto quasi mai. Gilles si avventa in pista pur sapendo di non avere più pneumatici nuovi a disposizioni. Quindi il patatrac nel bosco di Terlamen, saltando a velocità proibitiva sulle ruote posteriori della monoposto di Jochen Mass e volando verso il cielo, per poi smembrarsi in un catastrofico rimbalzo sull’asfalto. Il corpo del pilota in volo disarticolato e finalmente fermo a terra, lontanissimo dal punto d’impatto, ma in una postura del tutto innaturale che anticipa chiaramente ciò che il verdetto medico ufficializzerà a sera. Un verdetto di morte.
Tutto finisce così: Gilles Villeneuve, il pilota più amato di sempre fino a diventare sinonimo di quell’emulsione unica di velocità e coraggio estremi, lascia questo mondo sulla spinta distruttiva di una ferita non rimarginabile, quella di Imola. Ma in realtà ha reciso tutto la politica: senza quei serbatoi posticci di Jacarepagua, senza quei sfilata di Brabham e Williams e senza lo sciopero del team britannico a Imola, mai il GP del Santerno si sarebbe ridotto a quella sfilata trionfale delle due Ferrari verso la bandiera a scacchi. Gilles non avrebbe potuto fingere niente, non avrebbe potuto cullarsi sul suo sogno e venirne poi stritolato 13 giorni dopo a Zolder.

FP | Roberto Boccafogli

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